Considerazioni sul genere Mecha


Il Mecha è sicuramente il genere con cui viene identificata a livello generale l’animazione Giapponese.
Questo genere ha avuto il merito di far appassionare una generazione di ragazzi, ma ha anche limitato l’intero mondo degli anime.

A fine anni 70 arrivarono nel nostro Paese i robot di Go (Kiyoshi) Nagai. Goldrake e Mazinga ebbero subito un grande successo fra gli adolescenti, e nel decennio successivo manga e anime divennero popolari anche in Italia.
Il mecha è fondamentalmente un genere di puro intrattenimento pensato principalmente per ragazzi dai 14 ai 20 anni circa, che ha alcuni schemi narrativi fissi: il robot buono pilotato da un giovane umano che combatte contro l’invasore alieno; il che deriva dalla tradizione del Samurai e dal desiderio di rivalsa del popolo Nipponico sugli accadimenti della Seconda guerra Mondiale. Sebbene di buona fattura generale, gli anime mecha non propongono nessuna riflessione psicologica e nessuna analisi sociale e, a differenza degli altri generi non hanno mai avuto un’evoluzione concettuale.

Molti appassionati di mecha sostengono che ci sia un filone maturo del robotico che sarebbe rapresentato da autori come Tomino e Takahashi, in realtà questi hanno creato un sottogenere di nicchia costituito da uno sparuto gruppetto di titoli.

La realtà è che il mecha non è fatto per essere maturo, e negli anni 80 hanno proliferato cloni di altri cloni, senza cambiare nulla del format di base, limimitando l’autorialita in favore del merchandise.

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. francesco
    Set 03, 2013 @ 10:44:44

    Ottima critica che non deve far perdere di vista il punto di partenza della stessa: quando si producono tanti cloni e cloni di cloni è perché abbondano anche i buoni prodotti da clonare.
    Sulla maturità o meno dei prodotti “robotici” o “Mecha” in generale, si potrebbe aprire un ampia parentesi che forse è meglio solo sfiorare.
    Prima di tutto, il genere Robottoni-Mecha dà la migliore illustrazione della “via del Bushido” che si potesse dare alle giovani generazioni.
    In concreto essa consiste in un elevato senso della “giustizia” e “dell’onore”.
    I deboli vanno sempre difesi ad ogni costo, la violenza è sempre qualcosa da usare in casi estremi e secondo codici rigorosissimi, ogni risultato si ottiene a prezzo di grandi sacrifici, il bene alla fine trionfa sempre, la malvagità è destinata a perire (se non per opera degli uomini per opera degli dei) e via dicendo.
    Inoltre, sul fatto che ” gli anime mecha non propongono nessuna riflessione psicologica e nessuna analisi sociale e, a differenza degli altri generi non hanno mai avuto un’evoluzione concettuale” questo è verissimo per la stragrande maggioranza dei cloni e dei cloni dei cloni, ma non posso dimenticare lo “struggimento emozionale” di tantissimi personaggi o i rapidi passaggi di elementi sociali e culturali negli anime robotici e mecha di alto livello che si sono evoluti fino ai mai visti livelli di Shinji Ikari di Neon Genesis Evangelion (e credo nessuno abbia mai visto una masturbazione di un adolescente in un Mecha prima d’ora, frutto di un enorme dramma interiore e che si svolge di fronte ad un’Asuka Langley priva di sensi).
    Daisuke, l’Actarus di ufo robot grendizer (goldrake) è un personaggio psicologicamente ben definito e di grande spessore. Ricordo molti momenti in cui, suonando la chitarra o rivolto alla Luna rossa, si pone grandi interrogativi.
    Capitan Harlock (che forse non rientra nel genere) è altrettanto un personaggio riflessivo che pone varie problematiche e che sottolinea il ruolo fondamentale, nella vita, dell’amicizia e della fedeltà agli ideali.
    In Kyashan sappiamo tutti che spessore abbia il protagonista e la delicatezza dei temi trattati, toccati forse in modo meno evidente in Tekkaman.
    Daitarn 3, nella sua pur pseudo-comica veste, introduce il delicato argomento del dualismo uomo-macchina. Robotech (macross) porta in scena un complesso intreccio psicologico delle vicende che riguardano i personaggi.
    In Gundam troviamo espressi temi quasi prossimi all’eugenetica, ma trattati con incredibile maturità e che culminano nel dialogo Amuro-Lalah prima della morte di quest’ultima.
    Jeeg Robot ci regala un Hiroshi fermo e deciso in versione “uomo d’acciaio” ma con tutti i difetti di un giovane alla continua ricerca di una identità, sotto la guida attenta di quanto rimane degli schemi mentali del padre.
    Anche i vari Mazinga, che pagano lo scotto di aver cominciato il genere, mostrano una continua evoluzione psicologica dei personaggi che ritengo culmini con Tetsuya del grande mazinga.
    Molti di questi prodotti robotici mostrano la lotta, che potrebbe esser verosimile tra razze diverse, per la sopravvivenza.
    Anche questo è un tema delicatissimo che, tra l’altro, viviamo ogni giorno nelle continue lotte ed incongruenze tra esseri umani.
    Quanto alla cultura giapponese, negli anni, forse inconsciamente da parte degli autori, abbiamo ricevuto tanti piccoli messaggi più o meno diretti anche dal genere robotico e perfino da quello “comico-robotico”.
    Come dimenticare i simpatici teatrini di Calendar Man o Yattaman in cui si affrontava in maniera scherzosa una “tipica” superstione popolare ed uno “strano modo” di interrogare le divinità sul futuro con il lancio di strani oggetti, tra cui i tipici zoccoli, e così via.
    Spesso le scene domestiche, le viste dei giardini, ci davano l’idea di quella “filosofia zen” che abbiamo imparato a conoscere in epoche più recenti.
    Molti elementi buddisti, la continua presenza del saggio in veste di monaco (novello Benkey), l’apparire del sushi, dei dolci di riso, della cerimonia del the, il vestire i kimono nei momenti di serenità, il culto degli avi, la calligrafia, la continua presenza dei ciliegi in fiore che creano delle vere e proprie nevicate rosa presso i templi ed i cimiteri, rendono l’idea di un continuo richiamo alla tradizione che, a livello grafico, a mio giudizio culmina nel Gundam di Tomino che è similissimo ai samurai rappresentati nella pittura tradizionale giapponese (specialmente del periodo Togukawa).
    Il nome Sakura, che sentiamo tanto spesso negli anime, significa “fiore di ciliegio”.
    Un’altra cosa tipica, negli anime suddetti, sono le visite agli splendidi cimiteri straripanti di ciliegi.
    Quando vedevamo i protagonisti sedersi ed addirittura mangiare facendo visita ad un defunto e lasciargli del cibo presso la lapide, ebbene, assistevamo ad un elemento essenziale (e shintoista!) della cultura nipponica.
    Nei cimiteri e nei templi, non si va a bivaccare, ovviamente, ma le lunghe visite, che possono durare tutto il giorno, sono caratterizzate da più momenti “nutritivi” (lo si può notare anche nella visita al tempio nelle “Sorelle Munekata” di Yasujiro Ozu).
    E questo è un aspetto particolare di una cultura che non ammette che si possa mangiare nemmeno un panino per strada: è considerato da “barboni”.
    Un altro elemento “pseudo culturale”, su cui mi soffermo comicamente, è il classico moccio che vediamo colare dal naso anche dai personaggi adulti.
    In giappone è considerato da maleducati soffiarsi il naso in pubblico. Lo si fa in privato.
    Soprattutto d’inverno od in primavera, alle prime fioriture, possiamo assistere nelle metropolitane a “storiche tirate sù con il naso” a “recuperare” il moccio che altrimenti … potrebbe dare buona mostra di sé.
    Ricordo ancora le risate che mi facevo per il moccio di “Boss robot”!
    In breve, anche un po’ di cultura nipponica ci ha raggiunto con i robottoni, sebbene non al livello con cui ce l’ha trasmessa “Yosunari Kawabata”.

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