Una Lettera per Momo


Una_lettera_per_Momo_2012Hiroyuki Okiura + divenuto famoso nel 1999 con lo straordinario Jin Roh, tratto dal soggetto di Mamoru Oshii. Dopo 12 anni di assenza Okiura torna alla regia con un film che parla di comprensione e perdono reciproco.

Momo è una ragazzina di 11 anni timida e introversa. Orfana di padre, la ragazza ha un rapporto difficile con la madre, con la quale si è appena trasferita in campagna, ma qualcosa la aiuterà ad aprirsi…

Okiura dirige un film esteticamente perfetto ed essenziale, dove l’ambientazione campestre viene resa realistica dalla tecnica fotografica e di montaggio utilizzata in pre-lavorazione. L’aspetto più interessante è però la spontaneità del rapporto tra madre e figlia, concretizzato con dialoghi forti e da una progressiva maturazione dei due personaggi.

Tuttavia,  Una Lettera per Momo non è esente da difetti: il principale è una storia esageratamente semplice che risente della mancanza di sbocchi narrativi.

In generale il film è molto godibile e a tratti profondo; un’opera esaltata dal talento di Okiura.

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4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. francesco4169
    Gen 26, 2014 @ 15:45:09

    Come sempre, una acuta, intelligente ed attenta analisi, non scevra di una essenziale vena critica costruttiva.
    Sulla eccessiva semplicità della trama non mi trovo pienamente daccordo; ma immagino ci si riferisse più alla linearità di essa che non alla complessità d’insieme.
    E’ presente un evidente richiamo alla funzione catartica delle origini contadine ed al profondo senso di religiosità legato alla natura ed ai suoi Kami.
    Ikoku non cerca sfogo e risposte nella banalità della vita cittadina. Piuttosto tenta la carta delle radici, del ritorno alla terra ed agli affetti che l’hanno vista affacciarsi alla vita.
    Perdere un compagno amato, sebbene spesso assente, è stato il colpo che l’ha costretta ad imporre anche a Momo le proprie scelte.
    Il calore umano della famiglia di Ikoku invade personaggi e spettatori.
    I vecchi zii, che ricordano un po’ l’anziana coppia di “Tokyo Story” di Ozu, accolgono nipote e pronipote con l’amore di chi sa che le “assenze” e le “dimenticanze” sono più legate alle necessità contingenti che non ad un semplice egoismo.
    Momo stenta a ritrovare sè stessa oltre che per la variazione della topografia abituale anche per via un “vuoto esistenziale” che è un “pieno di sofferenza” dovuto alla morte del padre al quale aveva augurato la morte poco prima che si verificasse.
    Non è semplice elaborare un simile lutto; e questo determina una incapacità a relazionare che le fa vivere con grande indifferenza la nuova realtà e le nuove amicizie prima della scoperta dei demoni.
    Un errore che temo il grande Okyura abbia commesso è, a mio parere, quello di manifestare troppo presto i demoni alla bambina.
    In un film di due ore si poteva optare per tenere ancora un po’ gli spettatori con il fiato sospeso sullo sfondo di una prospettiva di profondità più estesa (anche concettualmente!).
    Limiti il film ne ha. Pochi, ma ne ha.
    Oltre alla eccessiva linearità di cui sopra, ad esempio è troppo evidente il legame scenico con “il mio vicino Totoro” e con “La Città Incantata” reso ancora più chiaro dal disegno e dalle animazioni “splendide” di Masashi Ando (ultimamente impegnato anche in Kaguya Monogatari).
    Eccessivamente brevi, inoltre, i tempi in cui Momo metabolizza la manifestazione dei demoni ed eccessivamente banalizzate le caratteristiche di Iwa, Kiwa e Mame.
    Questo film è comunque ricolmo di “punti di forza”.
    E’ dai tempi della piuma di Forrest Gump che non assistevo ad un espediente introduttivo dello stesso livello, qui rappresentato dalle tre gocce che precipitano su Momo e che alla fine del film ritornano al cielo.
    Vogliamo tacere della meravigliosa scena degli “spiriti” di varia foggia che proteggono Momo sul ponte mentre si reca dal medico per salvare la madre o dell’inseguimento dei cinghiali sulla collina?
    Okyura firma davvero con questa “Lettera per Momo” (quella mai scritta dal padre e che lei riceverà, secondo lo stile stringato dello scienziato, grazie ai demoni) uno dei capolavori della recente animazione giapponese orientandosi sulle vie collaudate di Miyazaki e con qualche striatura sentimentale alla Satoshi Kon.
    Non ricordavo dove avessi visto un corpo tanto ben ideato quanto quello di Ikoku Miyaura quand’ecco ritornarmi in mente la dottoressa “Atsuko Chiba” di “Paprika” al quale ha lavorato, guarda caso, anche Masashi Ando.
    Animazione, montaggio e “character design”, oltre agli splendid sfondi, sono davvero la “marcia in più” di questo splendido anime che non può non meritarsi un posto nelle nostre videoteche.

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  2. animefanpuntoit
    Gen 26, 2014 @ 17:26:29

    Grazie del bellissimo commento. Se tutti gli appassionati fossero intelligenti come te, mi dedicherei di più al blog.

    Rispondi

  3. francesco4169
    Gen 26, 2014 @ 19:57:12

    Tu hai il naturale dono dell’acutezza e della sintesi oltre ad una grande intelligenza creativa. Mi permetto, amichevolmente e bonariamente, di invidiartele.
    Quanto a me, sono soltanto uno “Shinigami” di 45 anni che ha vissuto l’epoca “pioneristica” (in Italia) degli anime negli anni 70 ed 80, e che non riesce proprio a dimenticare “il primo amore”.
    Per qualche tempo ho perso di vista il vasto panorama della produzione nipponica e mi rendo conto che è molto difficile colmare il “gape” vista la notevole velocità di produzione delle serie e dei film.
    La sintesi mi difetta alquanto e, purtroppo, mi perdo spesso nella tassonomia.
    Ultimamente sto studiando i problemi legati all’assurda crociata di disinformazione che accusa i giapponesi di muoversi alla conquista “soft” del mondo usando i contenuti di anime e manga. Non ci crederai, ma questa idiozia coinvolge istituti universitari di pregio,
    Finiranno col far diventare la cosa “un caso antropo-sociologico” (roba da far rivoltare Levy-Strauss nella tomba!).
    Mi chiedo perchè si citino pochissimo i valori culturali intrinseci di molta parte dell’animazione giapponese.
    Ad esempio, ma vedo che tu ne sai parecchio sull’argomento, non comprendo perchè, invece di parlare sempre del peggio, non si vada ad affrontare tutta la “querelle” sul “gender” che muove dagli studi di Donna Haraway e che si esprime ai massimi livelli sia nel “Kōkaku Kidōtai” di Shirow che nel “Ghost in the Shell” di Oshii, o il “catastrofismo” di Otomo che non si può ridurre ad un semplice “solve et coagula” e che comporta ben più che l’intervento risolutivo finale di un “deus ex machina”, o la “via del Bushido” che non si può banalizzare in interpretazioni “klingoniane” alla star trek e via dicendo.
    Spesso si dimentica la grande sperimentazione artistica di Tezuka che, sebbene non fosse Michelangelo, elaborò in maniera estremamente originale elementi culturali di ogni genere e che forse, quanto a creatività, si può accostare solo al grande Picasso.
    Mi rendo pienamente conto che l’anime è espressione “sub-culturale” di un certo tipo di “underground” socio-storico che devia paurosamente sul versante consumistico di stampo statunitense, ma la valutazione finale dovrebbe vertere sul fatto che si tratta di una sotto-cultura che poggia su un impianto che non prescinde dalla tradizione e da una profonda religiosità che è anzitutto un sistema “morale”.
    Gli Stati Uniti, per fare un confronto, non offrono un simile substrato e finiscono col banalizzare, spettacolarizzandole, tragedie immani, come la strage dei nativi americani.
    Il Giappone non può prescindere dalla propria storia militarista e dalla sciagurata invasione di mezza Asia con metodi pseudo-nazisti oltre che dallo shock dell’atomica e dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale.
    Tuttavia essi sono stati i primi critici di sè stessi, e sia l’anime che il manga sono stati potenti strumenti di autocritica e di canalizzazione delle migliori energie del paese.
    E’ indubbio che il Giappone sia un paese pieno di contraddizioni, di disparità sociale, di maschilismo, di mafia, di spietate multinazionali, ma non è forse ciò che accade nel resto del mondo in maniera più cruda e devastante?
    L’anime, come il manga, è un potente catalizzatore di condanna, un modo di ricordare continuamente a chi “sta in alto come a chi sta in basso” che tradizione, storia, culto degli avi, sono un occhio che fissa continuamente pregi e nefandezze di un popolo”.

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  4. francesco4169
    Gen 26, 2014 @ 20:00:36

    Più che un catalizzatore di condanna, che mi pare improprio, avrei dovuto dire “catalizzatore di moniti”.

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