Si alza il vento


Jiro and paper airplane_outCi sono anime che ti entrano nel sangue, ti attraversano e ti lasciano una gioia profonda. Si alza il vento , l’ultimo film di Hayao Miyazaki, (ormai ritirato dalla regia), è un “qualcosa” che ti penetra l’anima.

La storia è quella, semi-autobiografica del progettista di aerei Jiro Horikoshi, famoso per aver creato il caccia Mitsubishi A6M Zero. L’idea del film nasce anni addietro da un manga dello stesso Miyazaki, il quale, però, non era convinto della possibilità di realizzarne un film, per il fatto che la storia è molto adulta, quindi poco gestibile da un punto di vista commerciale. Alla fine il film si fa, sotto la spinta del produttore Toshio Suzuki. Il risultato è una meraviglia per gli occhi e per lo spirito: a differenza delle altre opere di Miyazaki, qui manca l’elemento fantastico, (fatta eccezzione per le incursioni oniriche nella mente del protagonista), proprio per questo motivo la sceneggiatura è ancora più robusta; e il comparto scenografico aumenta l’effetto ipnotico. Registicamente Miyazaki è in grandissima “vena”, conferendo ai personaggi un’eleganza sublime nei movimenti, grazie anche al consueto “gusto” dello Studio Ghibli.

Si alza il vento è un’opera completa, capace di trasmettere emozioni e un velo di tristezza, tipica dell’animazione che ti tocca nelle corde più intime.

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. francesco4169
    Mag 11, 2015 @ 13:19:20

    Strano film, verrebbe da dire.
    Ma strano nel senso di estraneo; ed estraneo nel senso di separato dalla logica commerciale che doma la produzione generale. Questa, soggiogata dal “senso comune”, che “svalora” l’atto introspettivo, vede saltuari exploit nel mondo dell’arte “stricto sensu” da parte di pochi geni come Miyazaki, il compianto Satoshi Kon, l’originale Shinkai, i voli più o meno pindarici “draft” di Yuaasa e di qualcun altro ancora.
    Mescolare onirico e reale è scendere nella parte più intima della natura umana. E’ una ricerca continua del “senso” dentro e fuori della “persona umana”.
    Eh sì, perché esistono anche le persone “non umane”, quelle che hanno bisogno degli opinionisti, di saltare sul tram dei trand e di far soldi.
    Miyazaki con questo anime è come se squadernasse la sua passione per le macchine volanti in un rotolo di carta di riso su cui dipinge le visioni che hanno accompagnato l’evoluzione del suo “lato emotivo”.
    Importante è essere pionieri … o, almeno, provare ad esserlo.
    Non pionieri distruttivi, all’americana, cioè scientemente.
    Anche Jiro Horikoshy diventerà uno “strumento di distruzione”: in parte suo malgrado; in parte no.
    Ma non è l’atto creativo ad essere distruttivo e chi crea lo fa sapendo che certi doni ricevuti l’umanità li rivolgerà contro sé stessa.
    La macchina in sé non è un male. E’ un sogno di bellezza e di dominio sulla limitatezza.
    E’ lo slancio di chi, nato senz’ali, se ne forgia un paio.
    Donare la capacità di superare i limiti umani è un donare grande potere, ed i poteri implicano sempre un alto grado di responsabilità.
    Grandi duci hanno tradito le speranze nel progresso.
    Eppure, c’è chi in quel progresso ha creduto, vedendo molto più in là dell’uso che si sapeva bene che certi artefatti avrebbero “stimolato”.
    Il sogno di Jiro doveva passare attraverso un “Armageddon” di bombe e fuoco, purtroppo, ma avrebbe contribuito anche al bene dell’uomo.
    Certi uomini che hanno usato ed usano il progresso nella sua chiave distruttiva, sono quasi come quelle malattie inevitabili che ci privano degli affetti.
    Proprio da una malattia Jiro si vede sottratta l’amata: un destino crudele che contiene in sé i semi del valore dell’amore vissuto e della felicità non soltanto sfiorata.
    La pienezza del valore di ciò che facciamo, di ciò che costruiamo, che concepiamo, ma che non possiamo controllare completamente, spinge all’incontro onirico di sé e di altri pionieri: Caproni in questo caso.
    Accanto ad aerei in fiamme, alla guerra ed ai fallimenti, alla fine troviamo, proprio all’estremo confine tra sogno e realtà, quel momento di consapevolezza e di onestà intellettuale che ci restituisce la profondità del mito di Prometeo e la dignità dell’intelletto della “persona umana” che le “persone non umane” vorrebbero relegare nel baratro di un abisso.
    Un po’ lento nel ritmo che è imposto dalla scelta narrativa, questo film avvince dall’inizio alla fine, sebbene richieda una visione attenta in una sede priva di distrazioni.
    La lentezza è pure la forza di questo capolavoro; si tratta di una cadenza zen che permette di riflettere sui contenuti e di apprezzare musica ed ambientazioni.
    Se certa critica trova Miyazaki “abbottonato” su canoni rigidi, quest’opera rivela la vera natura di Hayao: un talento emotivo che va letto come si fa con i “kanji”.

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